
In occasione della nostra partecipazione al SAIE Bologna, abbiamo organizzato il convegno “Sostenibilità negli appalti pubblici di lavori: CAM e DNSH tra attuazione e rendicontazione“, in collaborazione con la nostra Associazione Nazionale, l’ANCE, che si è tenuta Giovedì 8 ottobre 2026, alle ore 10.00, presso la Sala Plenaria ANCE EMILIA – Padiglione 29, Stand A64, Piano AM.
L’incontro si è incentrato sul tema della sostenibilità negli appalti pubblici di lavori e all’applicazione dei Criteri Ambientali Minimi (CAM) e del principio DNSH (Do No Significant Harm), approfondendo il tema da diverse prospettive: dal quadro istituzionale e normativo alle modalità di attuazione e rendicontazione, fino alle prospettive europee e nazionali della transizione ecologica nel settore delle costruzioni.
Dopo l’introduzione dell’Ing. Stefano Betti, Presidente ANCE EMILIA e Vicepresidente ANCE con delega alla Transizione Ecologica, sono intervenuti:
- On. Stefano Cavedagna, Commissione Ambiente, ENVI – Parlamento europeo, FDL
- Avv. Fortunato Picerno, Esperto giuridico della Presidenza del Consiglio dei Ministri
- Dott.ssa Francesca Cappiello, Dirigente MEF – Unità di Missione NG EU
- Prof. Avv. Marcello Vernola, Docente Diritto dell’Ambiente Università di Cassino e Luiss e Consigliere giuridico del Presidente della Commissione LL.PP e Ambiente del Senato
Il convegno è stato moderato da Maria Cristina Carlini, giornalista di Diario DIAC, che ha intervistato i relatori (articolo disponibile in allegato).
Riportiamo, i contenuti dell’intervista al Presidente Betti:
Stefano Betti: “Semplificare senza arretrare, rendere proporzionati gli obblighi senza indebolire gli obiettivi ambientali”
“L’Italia è stata tra i Paesi europei più avanti nell’introdurre criteri ambientali obbligatori negli appalti, prima con i CAM e poi con il DNSH. Abbiamo preso il treno in corsa, ma ce l’abbiamo fatta […] Dobbiamo avere il coraggio di chiederci se le regole che abbiamo costruito siano davvero in grado di produrre i risultati che ci aspettiamo”.
“Abbiamo fatto molto. Abbiamo trasformato principi importanti in criteri concreti e obbligatori. Adesso dobbiamo assicurarci che siano applicabili, verificabili e proporzionati”, afferma Betti. La questione riguarda direttamente il mercato delle costruzioni.
La domanda pubblica, con le sue dimensioni, può orientare profondamente le scelte delle imprese e dell’intera filiera: dai materiali alla progettazione, dalle modalità di esecuzione alla gestione dei rifiuti, fino al consumo di risorse naturali. Una leva che nel 2025 ha raggiunto, secondo i dati ANAC richiamati dall’Osservatorio Appalti Verdi di Legambiente e Fondazione Ecosistemi, circa 310 miliardi di euro tra beni, servizi e lavori.
Una quantità di risorse capace di accelerare la transizione, a condizione però che le amministrazioni siano messe nelle condizioni di utilizzare davvero gli strumenti a disposizione. I dati, illustrati dal Presidente Betti, sull’applicazione dei CAM mostrano infatti un quadro ancora disomogeneo: il Green Public Procurement risulta applicato mediamente dal 57% dei 531 Comuni monitorati e nel 2025, secondo il rapporto, i CAM non sono stati applicati in una gara su cinque. Nei lavori il dato migliora sensibilmente, con il CAM edilizia applicato nell’84% dei casi, ma anche questo risultato lascia scoperta una parte significativa della domanda pubblica.
“Quando si entra troppo nel dettaglio e si fissano adempimenti troppo complessi e uniformi, il sistema entra in crisi. Lo vediamo soprattutto nei piccoli Comuni, che spesso non hanno né le risorse né le competenze per gestire tutti gli adempimenti richiesti”, rileva Betti.
La prospettiva, per il Presidente di ANCE EMILIA Area Centro, va quindi rovesciata: le imprese non possono essere chiamate a correggere in cantiere ciò che non è stato correttamente definito in fase di progettazione e di gara.
“Il problema è a monte, non a valle. Le nostre imprese arrivano alla fine del percorso. Se un criterio deve essere rispettato, deve essere tradotto correttamente nel progetto e nel bando prima ancora che l’impresa entri in cantiere. CAM e DNSH funzionano se i requisiti sono definiti in modo chiaro e verificabile già in sede progettuale. In fase esecutiva l’impresa deve poter dimostrare semplicemente che quanto previsto è stato rispettato”.
Fondamentale poi è il principio della proporzionalità, non tutte le opere hanno lo stesso impatto, la stessa dimensione e la stessa complessità e non può quindi essere applicato a tutte lo stesso livello di adempimenti: “Un intervento di piccola entità e a impatto limitato non può essere tenuto a rispettare tutto ciò che si richiede a un’opera di ben altra portata ambientale”.
La proposta è costruire un sistema articolato su un set minimo di criteri comuni, da integrare con allegati tecnici settoriali in relazione alla tipologia e alla dimensione dell’opera. Un modello più flessibile, capace di superare la rigidità di standard uniformi e di adattarsi alla reale varietà dei lavori pubblici. La stessa logica, secondo Betti, deve essere applicata al DNSH: il principio del “non arrecare danno significativo” ai sei obiettivi ambientali europei ha rappresentato una delle innovazioni più importanti introdotte con il PNRR, ma la sua applicazione si è rivelata spesso onerosa anche per interventi di dimensioni contenute.
“Il DNSH è un principio condivisibile e necessario, ma non possiamo chiedere lo stesso livello di verifica a una grande opera e a un intervento di manutenzione di modesta entità”.